5) Hume. Sulla natura della causalit.
Il principio di causa non presuppone qualit particolari negli
oggetti; esso esprime una relazione per la quale  necessario che
i due oggetti siano fra loro contigui: quello che costituisce la
causa deve precedere nel tempo l'altro e  fra i due deve esserci
una connessione necessaria.
D. Hume, Trattato sulla natura umana, Libro primo, Parte terza,
Sezione seconda (pagine 265-267).

Dobbiamo anzitutto considerare l'idea di causalit e vedere quale
ne  l'origine. Non si pu infatti ragionare bene, se non
s'intende l'idea di cui si ragiona; cos  impossibile intendere
perfettamente un'idea se non si rintraccia l'origine e non si
analizza quella prima impressione da cui essa nasce. L'esame
dell'impressione d chiarezza all'idea e l'esame dell'idea d
un'uguale chiarezza a ogni nostro ragionamento. Diamo dunque uno
sguardo a due di quegli oggetti che chiamiamo causa ed effetto, e
rivolgiamoli da tutti i lati per trovare quell'impressione che
produce un'idea d'importanza tanto prodigiosa. Vedo subito che non
devo cercarla in nessuna delle particolari qualit, poich,
qualunque di queste io scelga, trovo oggetti che non la possiedono
e nondimeno sono chiamati cause ed effetti. Ed invece non esiste
nulla nell'oggetto, n esternamente n internamente, che non si
possa considerare o come causa o come effetto, sebbene sia
evidente che non c' alcuna qualit che appartenga universalmente
a tutte le cose e dia loro diritto a questa denominazione.
L'idea di causalit deve quindi derivare da qualche relazione
esistente tra gli oggetti, ed  questa relazione che dobbiamo
cercare di scoprire. Trovo in primo luogo che gli oggetti
considerati come causa ed effetto sono contigui; e che niente
potrebbe agire su altro se tra essi ci fosse il minimo intervallo
di tempo e di spazio. Sebbene oggetti distanti possono talora
sembrare  produttivi l'uno dell'altro, si scopre di solito che
sono uniti da una catena di cause contigue tra loro; e anche
quando non la possiamo trovare, presumiamo che esista. Dobbiamo
dunque considerare il rapporto di contiguit essenziale a quello
di causalit, o almeno supporlo tale, fin quando non avremo
un'occasione pi propizia per chiarire la questione esaminando
quali sono gli oggetti capaci di giustapposizione e di
congiungimento.
Il secondo rapporto che io stimo essenziale a quello di causalit
non  ammesso da tutti, anzi  controverso, e consiste nella
priorit di tempo della causa sull'effetto.
[...].
Ci contenteremo allora di questi due rapporti di contiguit e di
successione, come se ci offrissero un'idea completa della
causalit? Assolutamente no. Un oggetto pu essere contiguo e
anteriore a un altro, senza venire considerato come la sua causa.
Occorre esaminare il rapporto di connessione necessaria, che ha
un'importanza ben maggiore dei due precedenti. Guardo ancora
l'oggetto da tutti i lati, per scoprire la natura di questa
connessione necessaria e la impressione, o le impressioni, da cui
pu essermi venuta la sua idea. Scopro subito che il rapporto di
causa e di effetto non dipende affatto dalle qualit conosciute
degli oggetti. Delle loro relazioni vedo solo quelle di contiguit
e di successione, che ho gi dichiarato imperfette ed
insoddisfacenti. La disperazione mi far dire che io sono qui in
possesso di una idea non preceduta da un'impressione somigliante?
Sarebbe una prova troppo grande di leggerezza e di incostanza: il
principio contrario  stato gi cos solidamente stabilito da non
ammettere dubbi, almeno fino a quando non abbiamo esaminata la
presente difficolt.
Dobbiamo allora procedere come coloro che, cercando una cosa
nascosta e non trovandola nel posto sperato, frugano tutt'attorno
senza una meta definita, nella speranza che la buona fortuna li
guidi. Bisogna abbandonare l'analisi diretta della connessione
necessaria, che fa parte della nostra idea di causa ed effetto; e
cercare qualche altra questione, di cui l'esame possa giovarsi a
chiarire la presente difficolt. Due sono le questioni che mi
accingo a esaminare: I. Per quale ragione diciamo necessario che
tutto ci che ha un cominciamento deve avere una causa? 2. Perch
affermiamo che certe cause particolari devono necessariamente,
avere certi particolari effetti? Qual  la natura di quest'
inferenza, onde passiamo dalle une agli altri, e della credenza
che riponiamo in essa?.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 869-871.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/6. Capitolo
Undici/2.
6) Hume. L'esempio della palla da biliardo.
Per Hume l'esperienza e l'abitudine sono i veri ed unici
fondamenti del concetto di causa, come dimostra questo celebre
esempio.
D. Hume, Abstract (pagine 266-267).

 evidente che tutti i ragionamenti sulle questioni di fatto si
fondano sulla relazione di causa ed effetto, e che noi possiamo
inferire l'esistenza di un oggetto da quella di un altro solo se
si pone tra essi un nesso mediato o immediato. Per comprendere
quei ragionamenti, ci occorre quindi una perfetta conoscenza
dell'idea di causa. A questo scopo, guardiamoci attorno per
trovare qualche cosa che sia la causa di un'altra.
Ecco qui una palla ferma sul tavolo del biliardo, e un'altra palla
che rapidamente si muove verso di essa. Si urtano, e la palla che
prima era ferma ora acquista un movimento. Questo  un caso di
relazione tra causa ed effetto, non meno perfetto di qualsiasi
altro, che la sensazione o la riflessione ci facciano conoscere:
conviene dunque esaminarlo.  chiaro che le due palle si sono
toccate prima della trasmissione del moto, e che non c' stato
alcun intervallo tra l'urto e il movimento. La contiguit nel
tempo e nello spazio  dunque una condizione necessaria
dell'azione di ogni causa.  anche chiaro che il movimento, che
era la causa, deve precedere l'altro, che era l'effetto. La
priorit nel tempo  quindi un'altra condizione necessaria per
ogni causa. Ma non basta. Facciamo l'esperimento con quante altre
palle vogliamo, della medesima specie e in una situazione simile:
troveremo sempre che la spinta dell'una produce il movimento
dell'altra. Abbiamo dunque una terza condizione, ossia una unione
costante tra causa ed effetto: qualunque oggetto simile alla causa
produce sempre un oggetto simile all'effetto. Oltre a queste tre
condizioni di contiguit, priorit, unione costante, io non so
trovare altro in questo rapporto di causalit. La prima palla si
muove e va ad urtare la seconda; subito la seconda si muove; e
quando rifaccio la prova con palle uguali e simili, in condizioni
uguali e simili, trovo che al movimento e all'urto della prima
palla segue sempre il movimento della seconda. Da qualsiasi parte
giri la questione e comunque la esamini, non vi so scoprire niente
di pi.
Cos vanno le cose quando la causa e l'effetto sono presenti ai
nostri sensi. Vediamo adesso quale fondamento abbia la nostra
inferenza, quando dall'esistenza dell'una concludiamo
all'esistenza passata e futura dell'altro. Se io osservo una palla
che si muove verso un'altra in linea retta, subito ne deduco che
esse si urteranno e che la seconda entrer in movimento.  questa
l'inferenza dalla causa all'effetto, e di tale natura sono tutti i
nostri ragionamenti nella pratica quotidiana; su di essa si basa
tutta la nostra fiducia negli avvenimenti storici e ogni scienza,
tranne la geometria e l'aritmetica. Se riusciamo a spiegare
l'inferenza che facciamo dall'urto di due palle, saremo in grado
di giustificare la stessa operazione dello spirito in ogni altro
caso.
Se un uomo fosse creato, come Adamo, gi nel pieno vigore
dell'intelligenza, non potrebbe mai, senza farne l'esperienza,
concludere al movimento della seconda palla dal movimento e dalla
spinta della prima. La ragione non vede nulla nella causa, che la
muova ad inferire l'effetto. Una tale inferenza, se fosse
possibile, avrebbe il valore di una dimostrazione in quanto si
fonderebbe semplicemente sul confronto delle idee. Ma non esiste
alcuna inferenza causale che equivalga ad una dimostrazione, come
prova chiaramente ci che segue. Lo spirito pu sempre concepire
che un effetto qualsiasi consegua a una qualsiasi causa, che un
qualunque avvenimento tenga dietro a un altro: tutto quanto noi
concepiamo  possibile, almeno teoricamente. Si ha invece
dimostrazione solo quando il contrario  impossibile e implica
contraddizione, sicch non c' dimostrazione per alcuna unione
della causa con l'effetto. E su tale principio i filosofi sono
generalmente d'accordo.
Adamo avrebbe dovuto (salvo il caso di una divina ispirazione)
fare prima esperienza dell'effetto conseguente all'urto delle due
palle. Egli avrebbe cio dovuto constatare in diversi casi che,
quando una palla colpiva l'altra, questa sempre si metteva in
moto. Osservato un numero sufficiente di casi del genere, ogni
volta che avesse visto una palla muoversi verso l'altra, sarebbe
stato subito indotto a concludere che la seconda entrer in
movimento. L'intelligenza anticiperebbe la vista, esprimendo una
conclusione conforme all'esperienza passata.
Ne segue allora che tutti i ragionamenti riguardanti il rapporto
causale si fondano sull'esperienza, e che tutti i ragionamenti
tratti dall'esperienza si basano sulla presunzione che il corso
della natura continuer ad essere uniformemente lo stesso; cos ne
concludiamo che cause simili, in condizioni simili, produrranno
sempre effetti simili. Conviene ora considerare quale sia per noi
il motivo determinante di una conclusione che ha una portata cos
illimitata.
Non c' dubbio che Adamo, con tutta la sua scienza, non sarebbe
mai stato in grado di dimostrare che il corso della natura deve
mantenersi costantemente uniforme e che il futuro deve essere
conforme al passato. Del possibile non si pu mai dimostrare che
sia falso: e che il corso della natura possa cambiare  possibile,
in quanto niente ci impedisce di concepire un tal cambiamento. Ma
c' di pi: Adamo non avrebbe potuto sostenere nemmeno con
argomenti di pura probabilit l'ipotesi che il futuro debba essere
conforme al passato. Tutti gli argomenti probabili si fondano
sulla presunzione che esista una tale conformit tra il futuro e
il passato e quindi non possono mai darne la prova. Tale
conformit  una questione di fatto e per provarla non c' altra
prova che quella desunta dalla esperienza. Ma la nostra esperienza
del passato non vale a provare il futuro, se non presupponendone
gi la somiglianza col passato. Su questo punto non  dunque
possibile prova alcuna: noi l'ammettiamo come vero senza alcuna
prova.
Ci che ci spinge a supporre il futuro conforme al passato 
soltanto l' abitudine. Quando vedo una palla da biliardo muoversi
verso un'altra, il mio pensiero  subito spinto dall'abitudine a
concepire l'effetto solito e anticipa la vista nel rappresentarsi
il movimento della seconda palla. Gli oggetti, considerati
astrattamente e indipendentemente dall'esperienza, non hanno
niente che mi costringa a formulare una conclusione del genere; e
anche dopo avere ripetuto molte volte l'esperienza di effetti
simili, io non trovo un argomento che mi porti necessariamente a
supporre la futura conformit dell'effetto alla esperienza
passata. Le potenze che fanno agire i corpi ci sono del tutto
sconosciute. Noi ne percepiamo soltanto le qualit sensibili: e
quale ragione abbiamo allora di pensare che le stesse potenze
saranno sempre congiunte con le stesse qualit sensibili?.
Non  la ragione che ci guida nella vita, ma l'abitudine. Soltanto
essa induce il pensiero, in ogni occasione, a credere che il
futuro sia conforme al passato. Per facile che sembri questo
passo, la ragione non riuscirebbe a farlo mai per tutta
l'eternit.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 874-877.
